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venerdì 30 agosto 2013

Recensione "Minor Earth, Major Sky" - Il lato oscuro degli A-ha

Mi è capitato spesso di nominare gli A-ha, durante una conversazione a sfondo musicale. La domanda "Conosci gli A-ha?" provoca sempre due tipi di reazione, a seconda del soggetto cui viene posta la domanda:
1) EH? (Nel caso in cui la domanda sia posta ad una persona sulla ventina o meno, sostanzialmente da chiunque abbia vissuto gli anni '80 col pannolino, a scendere);
2) AAAAH! (Con annesso sospiro malinconico, nel caso in cui la domanda sia posta a chi abbia vissuto e ricordato gli anni '80 - primi anni '90, ovviamente senza pannolino).

Gli A-ha sono perlopiù conosciuti per i loro successi commerciali legati prettamente al mondo delle boybands degli anni Ottanta, così come i Duran Duran, gli Spandau Ballet, i Tears For Fears etc. Infatti, non appena intonato il ritornello di Take on me, la canzone più famosa della band norvegese, tutti improvvisamente ricordano, e quella che prima era una smorfia dubbiosa (legata alla reazione n.1) diventa un sorriso. Probabilmente anch'io, cresciuta negli anni '90, apparterrei alla categoria degli "EH?", se non fossi stata istruita a dovere su questa band, a parer mio spesso ignorata e sottovalutata dal grande pubblico di oggi.
A tal proposito devo ringraziare soltanto Anna, la moglie del mio papà e grandissima fan degli A-ha, che mi ha permesso di conoscere quello che a me piace definire il lato oscuro degli A-ha.

Subito dopo Memorial Beach del 1993, la band si prende ben sette anni di pausa per poi tornare sulle scene, nel 2000 appunto, con l'album che segnerà definitivamente il loro cambio d'immagine e di sound, un vero e proprio salto di qualità intitolato Minor Earth, Major Sky.
Copertina dell'album.

Il sesto album in studio di Morten Harket e soci (Warner Brothers Records), è composto da tredici tracce. Eccovi la tracklist:
  1. Minor Earth, Major Sky
  2. Little Black Heart
  3. Velvet
  4. Summer Moved On
  5. The Sun Never Shone That Day
  6. To Let You Win
  7. The Company Man
  8. Thought That It Was You
  9. I Wish I Cared
  10. Barely Hanging On
  11. You'll Never Get Over Me
  12. I Won't Forget Her
  13. Mary Ellen Makes The Moment Count
Quel che, da questo momento in poi, caratterizzerà i nuovi A-ha, è un sound certamente più studiato, più meditabondo, dove nulla è lasciato al caso.
Penso sia difficile classificare i nuovi A-ha (nuovi come sonorità, perchè stiamo chiaramente parlando di un album di tredici anni fa!) in un unico genere musicale, in quanto essi vengono solitamente considerati pop, ma la verità è che i generi musicali che qui s'intrecciano sono molteplici, in modo da poter soddisfare quasi ogni orecchio. Sarebbe più giusto definire Minor Earth, Major Sky come un disco synthpop, un genere musicale derivato dal pop, ma più amalgamato ad altri generi e con un uso abbondante, come dice la parola stessa, del sintetizzatore, solitamente disprezzato dalla sottoscritta, ma che qui diventa assolutamente indispensabile. Quel che ne viene fuori è appunto un genere musical oculato, che non appesantisce in alcun modo l'ascoltatore. 

L'immagine che riesco ad associare all'intero album è una sola: un tramonto in spiaggia. Anche i testi rimandano spesso e volentieri all'idea del tramonto. La costante presenza di parole come deep, fall dà proprio l'idea costante del tramonto interiore, di quel momento in cui bisogna veder chiaro dentro di sé, prima di sorgere nuovamente. Ed è quello che hanno fatto gli A-ha, nei loro sette anni di assenza.


Nonostante apprezzi lo stile della band in tutto il suo insieme, non posso fare a meno di rendermi conto di quanto tutto sarebbe diverso senza la voce di Morten Harket. Sarà per il suo particolare timbro vocale, così disteso e perfettamente in linea con le atmosfere del disco, ma non riuscirei mai ad immaginare questi brani cantati da un'altra persona, magari da timbro vocale completamente diverso. Un po' lo stesso ragionamento che ho fatto per Ville Valo degli H.I.M., e per tanti altri artisti. In questo caso il sound è sì importante, ma la voce lo è ancor di più. 

In conclusione:
CONSIGLIO QUESTO DISCO A: tutti gli amanti del synthpop, della musica tranquilla, ma soprattutto a tutti i nostalgici degli anni '80, che magari sono ancora legati agli A-ha di Take on me, agli A-ha col ciuffo e i jeans attillati. Non resterete delusi! 

Sempre degli A-ha, vi consiglio i tre album successivi a questo, soprattutto Analogue del 2005, altrettanto bello, sebbene i testi siano decisamente più cupi :) 

Qui sotto troverete alcuni dei brani tratti dall'album. Buon ascolto e, se vi va, alla prossima!







2 commenti:

  1. bella recensione. detto da una che ascolta gli a-ha (+ spin-off) da 21 anni.
    e non perché tu abbia scritto positivamente in merito agli a-ha, ma perché non hai detto le solite banalità e soprattutto hai cercato di cogliere l'essenza dell'album... ovviamente dal tuo punto di vista, ma secondo me assolutamente condivisibile.
    sono d'accordo con te, MEMS è un album che per musica e testi si rifà molto al concetto della luce e del buio, nel loro rapporto dinamico. la luce poi non è mai quella violenta e diretta del mezzogiorno, ma è una luce obliqua, propria del tramonto o dell'alba, ricca di ombre. ciao!

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